Alessandra Pioselli – Le notti di Tino di Baghdad

“Sono nata a Tebe (in Egitto), quando sono venuta al mondo anche a Elberfeld, nella regione del Reno”. L’incipit con cui Else Lasker-Schüler introduce il sunto della sua vita destinato al Menschheitsdammerung, antologia di poesia espressionista pubblicata nel 1920 a cura di Kurt Pinthus, evoca il mito fondativo della propria esistenza e ispirazione: l’esotico, l’altrove, le origini ideali e perdute. La poetessa sdoppia spazialmente la sua nascita, evocando una duplice cittadinanza, reale e immaginata. Figura complessa della fervente scena culturale berlinese attorno al volgere del Novecento, Else Lasker-Schüler ha giocato con i mascheramenti e le dislocazioni, portando nella scrittura una pratica quotidiana fatta di vesti orientaleggianti e slittamenti identitari. Spostamenti persino di genere la vedono impersonificare nella vita e nella poesia il maschile e il femminile nella figura di Jussuf, principe di Tebe, e di Tino. Ecco comparire sulla scena la principessa araba che diventa protagonista dell’opera in prosa Die Nächte der Tino von Bagdad (1907). Manierismo e modernismo, esotismo e rimandi biblici si contendono la partita in questo testo polimorfo. ConiglioViola lo traduce in una composizione proteiforme che costituisce un ulteriore affondo della pratica performativa e transmediale che qualifica la ricerca del duo di artisti.
Il breve assaggio biografico sulla persona di Else Lasker-Schüler e sulla struttura fluttuante de Die Nächte der Tino von Bagdad permette di cogliere le linee della trasposizione. Venti prose e otto poesie si aprono come sipari sulle peripezie e atmosfere d’animo della principessa Tino, seguendo un andamento non lineare con un tono leggendario. Il favoloso e talvolta efferato panorama esotico della narrazione estende la nozione di Oriente dall’Asia all’Africa mediterranea, vagheggiando uno spazio non geopolitico ma del mito e dell’immaginario. Declinandosi nel dettato non lineare del “romanzo”, la dissoluzione dell’unità spazio-temporale e della cornice storica delle vicissitudini di Tino si attualizza nel progetto di ConiglioViola da questo impianto del testo novecentesco, articolando una macchina della fruizione disseminata dell’opera. Definito da ConiglioViola un “esperimento post-cinematografico di arte pubblica” che salda tecnologia up to date e sapienza artigianale, Le notti di Tino di Bagdad si presenta nella forma di un organismo multimediale articolato in ventisei sketch videografici autonomi in realtà aumentata, ispirati a un numero pari di episodi del libro e realizzati unendo animazione a mano e digitale, Teatro delle ombre e performance.
Ventisei incisioni su rame forniscono la base dell’ambientazione filmica e le immagini di altrettanti manifesti, affissi presso ventisei fermate dei bus urbani a Torino nel 2016 e poi in dieci luoghi di Milano nel 2017, per la mostra allo Studio Museo Francesco Messina. Il principio prevede che i brani augmented siano fruibili inquadrando con l’app raBBit i manifesti, consultando la mappa fornita da ConiglioViola sul sito che guida lo spettatore in una dérive esplorativa della città alla ricerca dei tasselli filmici. L’assetto ondivago e rizomatico della narrazione originaria si spazializza nella forma della deambulazione urbana, generando un percorso non sequenziale: lo spettatore può iniziare la lettura-visione da qualsiasi punto della mappa, incrociando la traiettoria personale della città e della storia con altre possibili combinazioni. Tale topografia decentrata e non gerarchica delle singole particelle filmiche mina l’unità spazio-temporale della visione. L’erranza di Tino in un quadro geografico e temporale privo di congruenza si traduce in un’esperienza filmica delocalizzata e reticolare. Nel contesto metropolitano, Le notti di Tino di Bagdad si rivelano sia nel quadro statico dell’affissione, sia nell’estensione immateriale dell’immagine animata e “aumentata” che si innesta sul precedente, procedendo per gradi di fruizione. Le locandine de Le notti di Tino di Bagdad sono costituite da una parte visuale e da una testuale – un brano dal libro – e danno accesso alla porzione di film corrispondente, proponendo un tempo della lettura e un tempo della visione. Se la comunicazione urbana si è prevalentemente orientata su codici capaci di catturare la direzione del passante perlopiù svelto e disattento, Le notti di Tino di Bagdad aggiungono all’attimo fulmineo dell’occhio una seconda condizione che è quella della sosta o della pausa, per quanto breve.
Lettura e visione necessitano di una durata che entra in collisione con modi rapidi di consumo. Lo spettatore mantiene una particolare posizione non immersiva di fruizione poiché la realtà aumentata prende vita sul display del proprio dispositivo mobile. Tale forma di godimento dell’immagine intimizza la visione e conserva la distanza fisica tra colui che guarda e la scena, che rimane dentro uno schermo. Tuttavia, il punto di osservazione individualizzato è collocato in un luogo pubblico e il sogno fiabesco della narrazione volutamente astrae dal corpo materiale della metropoli o vi stride a contatto. In linea con il tono della scrittura di Else Lasker-Schüler, i cammei videografici sono permeati di spiritualità e sensualità orientaleggiante. Entrarvi è come aprire uno scrigno. Una finestra arabeggiante lo incornicia. Introducendo ogni scena, questo luogo comune visivo detta pure la forma dei sedici light box in cemento da inquadrare ugualmente con uno smartphone nella penombra raccolta dell’ex chiesa di San Sisto, ora Studio Museo Francesco Messina, dove acquistano una presenza iconica. Lungo la navata, essi conducono verso la vetrata ravvivata dal film Io ballo nella moschea. L’estetica transmediale de Le notti di Tino di Bagdad è pervasa da un immaginario che attinge a un repertorio Jugendstil di esotismi, arabeschi, figure di animali, temi floreali, cammuffamenti e orpelli in sintonia con gli echi fin de siècle della poetessa tedesca ma anche con l’universo pop di ConiglioViola.
“Riproposta artificiale e personalissima di cliché radicati nell’epoca, in cui l’immaginario orientale, importato per rafforzare e giustificare le ambizioni coloniali dell’Impero, veniva presentato tramite grandi mostre e fiere, ma anche utilizzato per gli ambienti del Luna Park, nelle pubblicità” e così via, l’Oriente di Else Lasker-Schüler è edificato sulle convenzioni. Eppure, l’autrice sembra fare il doppio gioco. Ella conferma e svela lo stereotipo attraverso precise scelte poetiche. Lo stereotipo riguarda perfino l’identità ebraica, dunque la sua persona, che reinventa per mezzo di alter ego.
La predisposizione al mascheramento è un argomento che potrebbe essere approfondito a riguardo della pratica di ConiglioViola che dissacra identità, miti e generi. I due diventano icone anni ottanta (Recuperate le vostre radici quadrate, 2004-06), bambini digitali (Nous Deux, 2007) o pirati (Attacco Pirata, 2007), ironizzando sulla posizione stessa dell’artista. Nei due light box che costituiscono il dittico Tino und Apollides, ispirato a una scena de Il fiore delle mille e una notte di Pier Paolo Pasolini, la figura femminile e quella maschile si scambiano il ruolo avuto nel film ma persino Tino nel libro assume un’identità sfuggente. A ogni buon conto, ConiglioViola rilancia i luoghi comuni della rappresentazione orientalista, mantenendo l’estetica retrò sul piano del fittizio, facedone una scenografia, denudandola, teatralizzandola. ConiglioViola mette in scena il modo, i materiali, le tecniche, gli artifici con cui si costruisce l’esotico in Le notti di Tino di Bagdad. Come dire: mostriamo le tessere del puzzle. L’Oriente è un gioco combinatorio. Nel progetto Recuperate le vostre radici quadrate, ConiglioViola interpellava con verve surreale la fine di un mito tra farsa e nostalgia, cui l’immagine televisiva aveva dato corpo e sostenza, riesaminando le canzoni pop di note interpreti femminili degli anni ottanta. Nell’opera Le notti di Tino di Bagdad sussiste l’orizzonte di un mito che si costruisce attraverso lo sguardo letterario, il modello di un Oriente immaginato che si fa cultura popolare. Viene da chiedere come stiano assieme le rappresentazioni: la dimensione archetipa del sogno e del fiabesco, l’esotismo utilitaristico dei secoli passati e quello contemporaneo, i miti antichi che diventano pop e quelli attuali fragili come carta velina, l’Oriente pantheistico evocato da Else Lasker-Schüler che lega antica Grecia e Antico Testamento, mondo ebraico, musulmano e Indù, le radici antiche e perdute di una comune civiltà, l’attualità geopolitica del Mediterraneo che uccide uomini e donne ma anche storia e cultura. La favola de Le notti di Tino di Bagdad di ConiglioViola, volendo, può richiamare tutto questo. Allacciando avanguardia e romanticismo retrò, la poetessa mette in scena la scrittura sulla base di un procedimento metatestuale che si rivela nelle scelte di linguaggio e nell’ordinamento non lineare del testo, non a caso interessata al montaggio cinematrografico. Ciò si traspone nella macchina tecnologico-artigianale di ConiglioViola: realtà aumentata e atmosfere da mille e una notte tra citazione e rivelazione della finzione. ConiglioViola mette in mostra non solo la storia di Tino ma la metatestualità della fonte originaria, usando il cinema medesimo come metatesto, nella sua forma decostruita e diffusa. 

Alessandra Pioselli

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